Bassa risoluzione: documenti

Giro la testa alla mia destra e quello che vedo è una grande finestra. Piú precisamente è la finestra dell’appartamento a Londra nel quale sto scrivendo queste pagine. Qui sotto c’è la tranquilla strada di un quartiere residenziale, con tutte le sue auto parcheggiate in ordine. Ora io, da qui, conto sette alberi. Dalla finestra di questo soggiorno a Kilburn, accanto a me, senza spostarmi di un centimetro, vedo sette alberi. Non sembrano pochi se per contarli devi al massimo muovere un paio di muscoli. Il legno di questi alberi difficilmente servirà a qualcosa di differente dal rendere piacevole la vista e raccontare un po’ la storia di una strada cittadina, eppure se ora giro la testa in senso opposto e ritorno a guardare di fronte a me, i primi due oggetti che incontro sono il vecchio tavolo da cucina restaurato sul quale è appoggiato il mio computer (gli inglesi hanno questa fissazione per gli oggetti vecchi rimessi a posto, un confine labile fra l’amore per le proprie radici e la tirchieria) e dritto davanti a me, pochi metri piú avanti, l’angolo cottura, con una cucina Ikea modello Tingsryd. Il tavolo al quale sono appoggiato è di legno, la cucina Ikea no.

 

Kilburn, tavolo in legno
Kilburn, cucina Ikea

 

 

 

BANKSY

Nell’estate di qualche anno fa ho camminato a lungo a piedi per le strade di Londra. Inseguivo i graffiti di Banksy: registravo, piú che altro, le tracce della loro scomparsa. La mattina, prima di uscire, guardavo su Internet luoghi, vecchie foto e traiettorie, al pomeriggio tornavo a casa e scrivevo. Sono state settimane molto felici.

Una dei rari graffiti rimasti di Banksy a Londra

Come ogni ricerca che si rispetti la caccia alle opere di Banksy sui muri di Londra era quasi sempre infruttuosa. Costruzioni abbattute, amministrazioni di quartiere con imbianchini solerti, proprietari di muri insensibili all’arte erano la regola. Le tracce che il graffitista ha lasciato negli anni, comprese alcune sue opere molto note, sono ormai quasi del tutto perdute. Perdersi del resto è il loro destino: essere cancellate, dall’incomprensione o dal caso, resistere una stagione e poi scomparire durante i lavori di un cantiere è il modo che la street art utilizza per raccontare se stessa. Secondo i suoi biografi le opere di Banksy lasciate per le strade di Londra nell’ultimo decennio sono state almeno una trentina: nel centro della città ne restano visibili non piú di tre o quattro. La mia preferita è a Southwark, sul muro di una casa accanto a un incrocio. È il graffito di un ragazzo con il viso coperto dal cappuccio della felpa che sta portando a spasso un cane. Poiché l’opera è ad altezza d’uomo, qualcuno del quartiere ha protetto quel tratto di muro con il plexiglass, bloccandolo con fili di silicone grigio; qualcun altro ha lasciato i propri graffiti lí accanto, all’ombra di quelli del maestro. Ogni volta che torno a Londra passo a controllare che il ragazzo con la felpa (il nome dell’opera è Choose your weapon) sia ancora al suo po-sto, in una zona popolare a sud del fiume, vicino a una scuola elementare piena di ragazzine di colore con le gonne plissettate blu. L’ultima volta che sono stato lí, qualche settimana fa, sulla plastica protettiva qualcuno aveva lasciato qualche schizzo di schiuma da barba.

Choose your weapon, Southwark

 

 

MATISSE

Esco dalla mostra dei cut-out alla Tate Modern pensando due cose: la prima è che la potenza espressiva dei ritagli di Matisse, opere cardine del suo periodo a bassa risoluzione, è uguale e spesso superiore a quella delle sue opere precedenti; la seconda che la storia della nostra vita è in qualche caso inscindibile dal racconto personale di ciascuno di noi. Talvolta, senza la biografia, non tutto può essere veramente compreso. I tempi attuali, quelli digitali dell’espressione di sé, sono i tempi dell’anonimato ma anche quelli dell’iperbiografismo, delle tracce digitali lasciate ovunque, la stagione perfetta per provare a comprendere noi stessi.

La mostra dei cut outs a Londra nel 2014

 

 

PRIMROSE HILL

Molti anni fa a Primrose Hill, una collina verde che domina il centro di Londra, qualcuno scrisse con la vernice bianca sull’asfalto del sentiero che porta verso la cima un verso di una canzone dei Blur (una band pop inglese molto ascoltata a quei tempi). Secondo alcune cronache mai confermate l’autore della scritta fu un fan australiano del gruppo. Si trattava di una breve semplice frase, tratta dal brano For tomorrow nel quale si cita la collina londinese: «and the view’s so nice» (il verso completo della canzone è «Let’s take a drive to Primrose Hill. It’s windy there and the view’s so nice»). Quell’epitaffio bianco è rimasto sul sentiero di Primrose Hill per un decennio senza che nessuno se ne preoccupasse. E silenziosamente, di bocca in bocca, è diventato una sorta di attrazione turistica per i fan dei Blur che venivano da tutto il mondo a farsi una foto accanto alla famosa frase. Poi, improvvisamente, nel 2010 le autorità del parco decisero di cancellarlo e nonostante le lamentele dei residenti, riuniti in un’apposita associazione, non ci fu nulla da fare. Fra le molte foto rintracciabili su Internet ce n’è una, bellissima, scattata in un giorno di pioggia del 2009 in cui gli stessi Blur sono seduti in terra giusto accanto alla famosa frase tratta dal testo della loro canzone.

I Blur a Primrose Hill

 

 

PÈRE-LACHAISE

In ogni caso sono seduto qui sull’erba, sotto un bell’albero secolare, e tengo d’occhio alla mia destra la tomba di Marcel Proust. Che è una sepoltura senza sfarzi, un parallelepipedo basso e triste in marmo nero, con sopra tre piantine striminzite. E infatti i turisti cimiteriali passano lí accanto con la loro mappa in mano (un pieghevole che distribuiscono all’ingresso con la lista di un centinaio di celebrità sepolte da queste parti) e proseguono senza vederla. Poi tornano indietro guardano meglio e dicono: «Ah ecco, è questa, non l’avevo notata». Solo che una volta giunti lí di fronte si vede bene che non sanno piú cosa fare. Qualcuno si fa fotografare accanto alla lapide, qualcun altro mima un segno della croce, alcuni scelgono un sassolino dal selciato e lo aggiungono agli altri disposti in fila sul marmo nero. Le brevi liturgie del ricordo.

La tomba di Marcel Proust a Père-Lachaise
Turisti cimiteriali davanti alla tomba di Proust

 

Cosa fanno le persone che hanno amato la Recherche di fronte alla tomba del grande scrittore? Nulla. Se ne stanno ferme, consumano la parte dolente e materiale del loro legame con l’artista nell’unica maniera possibile. Sono salite su un treno o un aereo e hanno camminato fino al luogo dove il loro eroe è sepolto: ora se ne stanno lí davanti, immobili ed emozionati.

 

 

TRAMONTI

Sto tornando a casa lungo la via Emilia e mentre guido, alla mia destra, improvvisamente vedo un tramonto bellissimo. Ci sono strane nuvole scure sul profilo delle prime colline, e il rosso e il rosa acceso che le illuminano da dietro nei pochi minuti prima che diventi buio. Accosto perché voglio fare una foto e mentre scendo dall’auto e impugno il telefono il cielo è già cambiato. Ora il tramonto è ancora bellissimo e inusuale ma non piú straordinario come mi sembrava poco fa. Mentre scatto qualche foto mi accorgo di non essere solo. Altre persone si sono fermate, sono scese dall’auto e stanno fotografando quel tramonto esattamente come me.

Tramonto sulla via Emilia, 16 ottobre 2015

 

 

 

WIFI A SCUOLA

Il 30 gennaio 2014 sul giornale on line cronachemaceratesi.it è stata pubblicata una foto che è pura iconografia contemporanea. Lo scatto mostra un corridoio della scuola primaria Sant’Agostino di Civitanova Marche, uno spazio ampio, probabilmente un palazzo storico con i soffitti a volta. Tutti i bambini sono usciti dalle classi e stanno osservando un signore in cima a una scaletta. Quel signore è l’assessore alla Pubblica Istruzione Piergiorgio Balboni, che sta smontando un access point2 dalla parete della scuola. Dall’articolo apprendiamo che

“[…] il gesto simbolico è stata la risposta al comitato genitori dell’istituto che aveva chiesto all’Amministrazione comunale il cablaggio per eliminare il wireless che potrebbe rivelarsi potenzialmente nocivo per la salute dei ragazzi di età inferiore ai 12 anni.”

Quella foto è un affresco italiano del ventunesimo secolo, esattamente come le tre versioni della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello erano per i Medici un documento del tempo da esporre a Palazzo Vecchio. È un’immagine che contiene i suoi significati. Quella foto, insomma, parla di noi.

http://www.cronachemaceratesi.it/2014/01/30/via-il-wireless-a- scuola-torna-il-cavo/426165

 

 

DINOSAURI A ROMA

Dovessi utilizzare un solo esempio nel tentativo impossibile di sintetizzare tutto il disastro che ci ha preceduti, volessi utilizzare una metafora per allontanarmi dalle insidie della bassa risoluzione precedente, proverei a citare il dinosauro della stazione Termini a Roma. Il progetto originario della nuova stazione Termini prevedeva cosí una continuità fra antico e moderno, fra il profilo dei resti romani (luogo immobile della memoria) e quello della nuova pensilina (luogo inedito della contemporaneità). Del resto il motto del progetto degli architetti che idearono la struttura – mai nome fu piú azzeccato – era «Servio Tullio prende il treno».
Com’è noto, nella principale stazione ferroviaria della Capitale non c’è alcun dinosauro: dinosauro è il soprannome che i romani negli anni Sessanta del secolo scorso diedero alla pensilina verso piazza dei Cinquecento che l’architetto Montuori, insieme a Leo Calini, costruí durante i lavori di ampliamento della stazione. Chiunque esca oggi dalla principale stazione ferroviaria di Roma e osservi la costruzione di lato vedrà un aspetto ondulato del tetto che assomiglia effettivamente al profilo stilizzato di un dinosauro. In quello spazio razionalista in vetrocemento in origine erano ospitate le biglietterie e la sala d’attesa Se avrete la pazienza di andarvi a guardare i disegni preparatori di Montuori e le foto del dinosauro durante la costruzione e nei primi anni dopo la sua inaugurazione vedrete uno spazio bellissimo, ampio e luminoso. E quando osserverete meglio vi accorgerete infine che il dinosauro non è un dinosauro, che quelle linee arcuate del tetto della nuova stazione Termini non riproducono la coda, la schiena e il collo di un grosso rettile preistorico, ma seguono i profili dei resti dell’aggere serviano, le prime mura romane che Tarquinio Prisco fece costruire nel vi secolo, termnate poi sotto Servio Tullio, che si trovano giusto a fianco della stazione. Il progetto originario della nuova stazione Termini prevedeva cosí una continuità fra antico e mo- derno, fra il profilo dei resti romani (luogo immobile della memoria) e quello della nuova pensilina (luogo inedito della contemporaneità). Del resto il motto del progetto degli architetti che idearono la struttura – mai nome fu piú azzeccato – era «Servio Tullio prende il treno». L’enorme vetrata laterale avrebbe consentito alla luce di entrare, ma soprattutto ai viaggiatori di osservare analogie e similitudini fra l’antico e il modernissimo in una città senza eguali: il progetto di Montuori era insomma uno dei tanti momenti ad alta risoluzione della cultura italiana. Qualcosa di cui andare fieri.

Il dinosauro e le mura serviane
DInosauro e mura serviane negli anni 50

 

Dinosauro e mura serviane oggi

 

 

 

LANZAROTE

È una notte d’agosto. Luminosissima e senza nuvole. Sono nell’isola di Lanzarote, in pieno oceano Atlantico. Sono uscito nel patio della casa in cui siamo per qualche giorno e me ne sto qui a guardare le stelle in cielo. Non sono un esperto, tutt’altro: mi aiuto con una app sul telefono cellulare che mi indica i nomi dei pianeti e delle costellazioni sopra la mia testa. Le condizioni sono ideali: non c’è luna, il Paese piú vicino, con la sua illuminazione artificiale, è a chilometri di distanza; dal buio profondo di questo sasso di lava osservo in silenzio questo cielo meraviglioso. Decido di fotografarlo.

 

 

DOMENICO GNOLI

 

Il 4 agosto 1969 Domenico Gnoli, uno dei piú grandi pittori italiani del secondo Novecento (o in ogni caso uno di quelli che ho amato di piú), scrive in una lettera alla madre di non aver potuto seguire in tv lo sbarco del primo uomo sulla luna:

“Purtroppo noi non abbiamo potuto partecipare, non avendo televisione, alla spedizione sulla luna, come avrem- mo voluto. Pur sempre i giornali che ricevo mi hanno dato un’idea e ti ringrazio per quello che mi hai spedito. Deve senz’altro fare grande effetto, in televisione, mentre invece quando non si può vedere niente, le cose sembrano troppo lontane ed estranee. […] Certo che quando uno passa il fiore del proprio tempo in un torrido studio a dipingere mettiamo un bottone, come faccio io, allora il dubbio sorge d’essere una mummia, un uomo delle caverne, alienato dal >roprio tempo. Ma è solo un dubbio, perché guardandosi in giro le cose ci rassicurano: all’uomo di oggi, all’uomo col quale mi intrattengo con la mia pittura, l’avventura spaziale è ancora profondamente estranea mentre il bottone, eh, il bottone è cucito solidamente al tessuto dell’esperienza d’ognuno.”

Da quando ho iniziato a scrivere queste pagine ho sempre immaginato la bassa risoluzione come perfettamente simmetrica a una tela di Domenico Gnoli: quadri spesso molto grandi, che raffigurano oggetti quotidiani visti da vicinissimo. Prendere spunto dal particolare per conoscere il mondo è del resto una forma di amorevole adulterazione. Osserviamo le cose della nostra vita quotidiana come fossero la grammatica dell’universo. Ci piace pensare che lo siano, eppure spesso non è cosí. E mentre questo accade ecco che la bassa risoluzione, l’esatto opposto della traiettoria di Gnoli, diventa anch’essa un linguaggio, una delle molte maniere che abbiamo per parlare di noi. Alcuni osservano al microscopio, altri sfiorano la superficie.

 

Domenico Gnoli

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Bassa risoluzione – Einaudi 2018

 

 

L’autore (selfie)

 

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