INIZIO

 

È una serata afosa. Nel centro di Barcellona due adolescenti chiacchierano fra loro. Avranno quindici anni. Dal palmo delle loro mani esce un rumore metallico, come il ronzio del calabrone che sbatte contro il vetro. Guardo meglio: entrambi hanno in mano un cellulare. Quel rumore, che fa da sottofondo al loro passaggio, è ciò che noi di solito chiamiamo musica, pur se in una sua versione rivista e inedita, diffusa dal piccolo altoparlante di un telefono coreano di classe economica. Nessuno dei due ragazzi sta ascoltando: usano quei suoni per riempire il silenzio, oppure, per qualche ragione che in quel momento non comprendo, a loro piace così.

 

Le discussioni sulla qualità della riproduzione musicale durano da anni e sono in genere piuttosto noiose. Per un po’ di tempo, quando l’industria discografica decise di sostituire il vinile con i CD, sui giornali non si parlò d’altro. La freddezza della riproduzione digitale avrebbe ucciso la musica? Che senso aveva – si chiesero in molti – ascoltare canzoni da un supporto che ne restituiva il suono in maniera più limpida ma meno coinvolgente di quello precedente? In altre parole, erano tutti impazziti? Il mondo stava finendo? Oppure il dio della praticità aveva infine vinto?

 

Terminata la discussione fra vinile e musica digitale, dopo una manciata di anni abbiamo assistito al passaggio successivo (da CD a mp3), poi a quello successivo ancora (da mp3 a streaming). Tutto è accaduto rapidamente: noi dobbiamo ancora stabilire se, al riguardo, ci sia moltissimo da discutere oppure nulla. Nel frattempo gruppi di audiofili si confrontano in rete sulla superiore qualità della cavetteria in oro per i loro impianti ad altissima fedeltà e Neil Young ha da poco portato sul mercato un apparecchio elettronico di nuova generazione per ascoltare la musica “come mai prima”. Si chiama Pono ed alle prime prove degli esperti sembra suonare esattamente come tutti gli altri.

 

Entro in camera di mia figlia. Sulla sua scrivania l’attrezzatura tecnologica per ascoltare la musica è molto semplice. Un vecchio macmini di dieci anni fa, una connessione a Internet, Youtube e un paio di casse in plastica da otto euro. Alla domanda: “Francesca, ma come suona la musica qui nella tua stanza?” la risposta è “Benissimo”.

Benissimo.

La tesi di questo libro è che esista una generazione a bassa risoluzione, un percorso non detto ma in fondo facilmente riconoscibile che collega la tecnologia ad una nuova umanità, la musica ascoltata benissimo alle lavatrici, i mobili Ikea alle nostre macchine fotografiche, Goffredo Parise a Banksy, la free press a RyanAir, il giornalismo digitale agli ebook.

Non si tratta ovviamente del manifesto di una generazione: più facilmente la bassa risoluzione è una variante di un cammino nel quale il gracchiare indistinto di un cellulare non è quello che sembra, un percorso in cui la lista delle priorità non è quella che ci saremmo attesi e che molti avrebbero auspicato. La bassa risoluzione non è né buona né cattiva, è la seconda parte della vita di Henri Matisse, l’inatteso che diventa sentimento condiviso. È qualcosa che in buona parte esisteva anche prima ma si notava meno.

Guido Morselli, negli anni cinquanta del secolo scorso, ha scritto un libro bellissimo. Si intitola Dissipatio H.G. e racconta una storia semplice che inizia così. Un uomo colto e sensibile, dopo molte meditazioni, decide di uccidersi. Per farlo una sera sale per un sentiero di montagna sopra casa sua (il libro è ambientato in Svizzera) fino ad un pozzo nel quale ha deciso di buttarsi e in fondo al quale nessuno lo troverà. Arriva al luogo prescelto, si siede sul bordo, attende un po’. Poi nella sua testa succede qualcosa. Cambia idea, si rialza e torna verso valle.

Ecco che ora quell’uomo ha abbandonato le sue convinzioni per un pensiero nuovo: non vuole più andarsene dal mondo. Non desidera più abbandonare gli altri. Riprende il sentiero e mentre con sollievo ritorna alla vita, scopre che il mondo si è improvvisamente svuotato. Le persone, tutte, sono svanite.

Il libro comincia così. Un uomo voleva uccidersi: con un gesto estremo intendeva negarsi alla comunità dei viventi. Quando ci ripensa e torna sui suoi passi gli altri esseri umani se ne sono andati, non ci sono più. Due forme simmetriche di una stessa solitudine.

 

Cito l’inizio straordinario di Dissipatio H.G. perché non conosco esempio migliore per descrivere l’imponderabile. La deviazione inattesa dalla linea prestabilita. L’istante, magari piccolissimo, che perturba il destino e cambia lo scenario.

 

Per molto tempo abbiamo immaginato la tecnologia in una relazione lineare con la qualità della nostra vita. All’aumentare dell’una cresceva l’altra. È evidente che non è così, bastano piccoli segnali per accorgersene. Nella sala di casa Mantellini ci sono due grandi bellissime casse acustiche da pavimento in palissandro: stanno lì a prendere polvere. Sono collegate ad un impianto stereo con qualche pretesa che forse verrà acceso due volte all’anno. Nella camera di mia figlia, ogni giorno, la musica suona, benissimo, da youtube fino a due casse in plastica (che io chiamo bassoparlanti) fabbricate in Cina. L’uomo di Morselli è tornato sui suoi passi. È sceso a valle e c’erano tutti ad aspettarlo. Sorridenti ed amichevoli nella stanza di Francesca.

 

 

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Bassa risoluzione – Einaudi 2018

 

 

L’autore (selfie)

 

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